LA STORIA DEL FINTECH

La relazione tra tecnologia e finanza si mantiene da millenni. Già durante gli antichi egizi l’amministrazione pubblica utilizzava tecnologie grezze e rudimentali per tenere conto delle transazioni e mantenere in regola le casse del faraone (“L'incredibile storia dei faraoni. I segreti di un'antica civiltà”, Barandoni, 2017). Addirittura, nel II millennio a.C. si stima che i Babilonesi usassero l’abaco per avere un sistema tassativo più efficiente e preciso (“Dall'abaco alla Macchina di Anticitera”, Contorni). Sebbene questa usanza non rientri nella definizione specifica di Fintech odierna, è importante constatare la stretta relazione che si è mantenuta nel tempo tra finanza e tecnologia. Alcuni studiosi, come Arner Douglas W., fanno coincidere l’inizio dell’industria del Fintech con l’inizio dell’anno 1866 quando l’Atlantic Telegraph Company posò per prima un cavo transatlantico che permettesse il contatto diretto mediante la tecnologia del telegrafo tra due continenti. Questa infrastruttura garantiva a due individui di mettere in atto una transazione senza effettivamente essere nel medesimo luogo. E quindi direte voi? Ebbene questo periodo vede la nascita di alcuni istituti finanziari che ancora operano ai giorni nostri e che offrivano all’epoca servizi e prodotti tecnologicamente innovativi. Per esempio, Wells Fargo, nota banca statunitense, iniziò il proprio operato ponendosi come garante delle transazioni finanziarie ai propri clienti negli Stati Uniti occidentali proprio grazie alle comunicazioni avvenute tramite telegrafo e ad una presenza capillare sul territorio americano. Il vento di automazione spinto per primo dall’ATM gettò le basi su quella che fù la fase Fintech 2.0, nella quale alcune tecnologie dirompenti hanno reso possibili l’automazione di alcuni processi (come per esempio il prelievo di denaro contante presso l’ATM) senza l’impiego di risorse umane in presenza. Le organizzazioni finanziarie decisero quindi di concentrarsi sulla creazione di servizi digitali che garantissero una ampia scalabilità e magari di approfittare della globalizzazione.

La relazione tra tecnologia e finanza si mantiene da millenni. Già durante gli antichi egizi l’amministrazione pubblica utilizzava tecnologie grezze e rudimentali per tenere conto delle transazioni e mantenere in regola le casse del faraone (“L’incredibile storia dei faraoni. I segreti di un’antica civiltà”, Barandoni, 2017). Addirittura, nel II millennio a.C. si stima che i Babilonesi usassero l’abaco per avere un sistema tassativo più efficiente e preciso (“Dall’abaco alla Macchina di Anticitera”, Contorni). Sebbene questa usanza non rientri nella definizione specifica di Fintech odierna, è importante constatare la stretta relazione che si è mantenuta nel tempo tra finanza e tecnologia.

Alcuni studiosi, come Arner Douglas W., fanno coincidere l’inizio dell’industria del Fintech con l’inizio dell’anno 1866 quando l’Atlantic Telegraph Company posò per prima un cavo transatlantico che permettesse il contatto diretto mediante la tecnologia del telegrafo tra due continenti. Questa infrastruttura garantiva a due individui di mettere in atto una transazione senza effettivamente essere nel medesimo luogo. E quindi direte voi? Ebbene questo periodo vede la nascita di alcuni istituti finanziari che ancora operano ai giorni nostri e che offrivano all’epoca servizi e prodotti tecnologicamente innovativi. Per esempio, Wells Fargo, nota banca statunitense, iniziò il proprio operato ponendosi come garante delle transazioni finanziarie ai propri clienti negli Stati Uniti occidentali proprio grazie alle comunicazioni avvenute tramite telegrafo e ad una presenza capillare sul territorio americano.

Il vento di automazione spinto per primo dall’ATM gettò le basi su quella che fù la fase Fintech 2.0, nella quale alcune tecnologie dirompenti hanno reso possibili l’automazione di alcuni processi (come per esempio il prelievo di denaro contante presso l’ATM) senza l’impiego di risorse umane in presenza. Le organizzazioni finanziarie decisero quindi di concentrarsi sulla creazione di servizi digitali che garantissero una ampia scalabilità e magari di approfittare della globalizzazione.

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