L’efficienza energetica come leva strategica tra competitività, modelli integrati e cooperazione
Il 13 maggio 2026, il convegno finale Energy Efficiency & Green Building 2026 di Energy & Strategy – POLIMI School of Management ha riunito imprese, operatori industriali, associazioni e istituzioni per leggere lo stato dell’efficienza energetica in Italia da una prospettiva concreta: quella delle tecnologie disponibili, dei modelli di business emergenti, delle barriere ancora aperte e delle condizioni necessarie per accelerare gli investimenti.
Il confronto ha restituito un messaggio molto chiaro: oggi l’efficienza energetica è una materia industriale, economica e infrastrutturale. Riguarda il costo dell’energia, la competitività delle imprese, la trasformazione del patrimonio edilizio, la qualità dei modelli contrattuali, la bancabilità dei progetti e la capacità di integrare tecnologia, dati, servizi e capitale.
All’interno di questo quadro, la presenza di Infinityhub tra i partner intervenuti ha assunto un significato importante. Non solo perché il dibattito ha confermato la centralità di modelli sempre più integrati, ma perché ha mostrato quanto l’efficienza energetica abbia bisogno, oggi, di diventare accessibile, tangibile e condivisibile. Ed è proprio su questo terreno che si è collocato il contributo di Massimiliano Braghin, Presidente Esecutivo e Co-fondatore di Infinityhub S.p.A. Benefit, che ha portato al centro del confronto l’efficienza energetica come infrastruttura non solo tecnica e finanziaria, ma anche relazionale.
L’apertura di Vittorio Chiesa: la transizione energetica come questione economica e industriale
Ad aprire i lavori è stato Vittorio Chiesa, di School of Management del Politecnico di Milano, che ha collocato il tema dell’efficienza energetica dentro una cornice ampia e strutturale. Il suo intervento ha richiamato la lunga relazione tra energia ed economia, ricordando come le crisi energetiche abbiano sempre inciso sui comportamenti produttivi, sugli equilibri tra Paesi e sulla competitività industriale.
Il riferimento storico alla crisi petrolifera degli anni Settanta è servita a mostrare che la dipendenza energetica resta, ancora oggi, una variabile determinante per la crescita economica. Anche se il peso relativo del petrolio sul PIL mondiale si è ridotto, il prezzo dell’energia continua a influenzare in modo diretto i sistemi produttivi e i mercati. In questo scenario, la sostenibilità, secondo Chiesa, non può più essere letta come un tema ideologico o marginale, bensì come una questione di competitività.
Il cuore del suo ragionamento è stato molto chiaro. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili significa rinforzare la sicurezza energetica, attenuare la vulnerabilità dei mercati internazionali e creare condizioni più favorevoli per le imprese. La crisi del 2022, legata alla guerra e alla riduzione delle forniture di gas, ha mostrato con evidenza quanto l’Europa e l’Italia siano esposte quando il sistema si fonda su fonti esterne e su approvvigionamenti poco controllabili.
Dunque, l’efficienza energetica non significa semplicemente consumare meno, ma consumare meglio. Significa ridurre la vulnerabilità, aumentare la resilienza e migliorare la capacità competitiva del sistema produttivo. È in questa impostazione che si può già leggere, in filigrana, una piena coerenza con la presenza di Infinityhub nel dibattito della giornata. Se l’efficienza energetica viene definita come condizione per migliorare competitività, autonomia e qualità dello sviluppo, allora il contributo di operatori capaci di trasformare questi principi in modelli applicabili diventa centrale.
Federico Frattini e il nodo delle ESCO: un mercato che deve ancora entrare nel cuore dei processi
Dopo l’apertura, Federico Frattini, di School of Management del Politecnico di Milano, ha portato l’attenzione sul ruolo delle ESCO nel mercato italiano dell’efficienza energetica, con particolare riferimento all’industria e alle imprese.
Il quadro emerso è stato significativo. Il fatturato delle ESCO continua a concentrarsi soprattutto nelle fasi iniziali del processo: analisi, consulenza, impostazione dell’intervento. La fase realizzativa, cioè quella in cui le tecnologie vengono installate e gli interventi entrano nel vivo, pesa ancora in misura più ridotta. Questo significa che, almeno nel comparto industriale, il mercato delle ESCO non presidia ancora pienamente la parte più profonda della catena del valore.
Un altro dato rilevante riguarda la tipologia di interventi. Le tecnologie più diffuse restano il fotovoltaico, l’illuminazione, le pompe di calore e alcuni interventi sui processi. Tuttavia, Frattini ha sottolineato che proprio gli interventi più strategici e complessi sui processi produttivi restano meno presidiati, soprattutto se confrontati con ciò che accade nelle imprese più grandi e strutturate, dove la riqualificazione entra sempre più nel cuore della produzione.
Frattini ha evidenziato la crescita di modelli più evoluti, nei quali gli operatori condividono una parte dei rischi con il cliente. Questo segnale è importante perché indica una maturazione del mercato: si passa da una logica prevalentemente consulenziale a una più integrata, fondata sulla capacità di assumersi responsabilità e garantire risultati. Allo stesso tempo, restano forti alcune barriere: instabilità normativa, complessità del quadro incentivante, riduzione dell’attenzione generale sul tema, preferenza delle imprese per fornitori abituali e timore verso soluzioni percepite come troppo invasive o rischiose rispetto alla continuità operativa.
Il primo panel: dati, integrazione, adattabilità e performance
La prima tavola rotonda ha dato voce ai partner della ricerca attivi nell’ambito industriale e nelle imprese, confermando molte delle evidenze emerse dalla ricerca e aggiungendo una prospettiva applicativa.
Andrea Bordoni, Indirect Sales Manager – Multitech solutions di XIBER Energy Solutions, ha insistito sul ruolo crescente del software e della digitalizzazione energetica. Il monitoraggio, da solo, non basta più. Oggi il valore sta nella capacità di leggere il dato, interpretarlo e trasformarlo in decisione operativa. Per Bordoni, una transizione energetica efficace richiede tre condizioni: disponibilità del dato, capacità di interpretazione e know-how specializzato. Il software deve basarsi sui dati, ma deve anche sapere cosa sta guardando. È qui che la tecnologia incontra la competenza industriale.
Carlo Galbani, Chief Commercial Officer di TEON, ha posto il focus sulle pompe di calore industriali e su un principio secondo cui la tecnologia deve adattarsi agli impianti esistenti, non chiedere alle aziende di stravolgere i propri processi. La possibilità di recuperare energia termica dispersa e reinserirla nei cicli produttivi apre opportunità rilevanti, ma richiede soluzioni integrate, poco invasive e supportate da casi applicativi in grado di aumentare la fiducia del mercato.
Marco Girotto, Head of Innovation & Marketing di Geoside, ha richiamato invece il tema delle barriere ancora aperte. La mancanza di consapevolezza energetica diffusa, soprattutto nelle PMI, si combina con l’incertezza normativa e con una visione ancora troppo frammentata della transizione. Il punto, secondo Girotto, è che non basta installare nuovi impianti, ma serve una visione sistemica che tenga insieme produzione, consumi, accumulo, infrastrutture e gestione intelligente dei flussi energetici.
Tommaso De Simone, Head of Energy Efficiency di Helexia, ha infine portato il punto di vista dell’evoluzione del modello ESCO e degli Energy Performance Contract. In un mercato che chiede sempre meno singole tecnologie e sempre più partner capaci di accompagnare l’intero processo, gli EPC diventano strumenti fondamentali perché consentono di condividere il rischio, garantire performance misurabili e trasformare la convenienza teorica in risultato verificabile. L’efficienza energetica, per De Simone, è ormai un fattore diretto di competitività industriale.
Giulia Perazzi: il patrimonio edilizio come snodo decisivo della transizione
La seconda parte della mattinata si è spostata sul costruito. Giulia Perazzi, di School of Management del Politecnico di Milano, ha affrontato il tema delle traiettorie verso un parco edilizio più efficiente e sostenibile, introducendo una prospettiva sistemica sulla sostenibilità degli edifici.
Il suo intervento ha chiarito che oggi non è più sufficiente valutare un edificio soltanto nella fase di utilizzo. La sostenibilità deve essere letta lungo l’intero ciclo di vita: materiali, produzione, trasporto, uso, fine vita, recupero. Da qui l’importanza del Life Cycle Assessment, delle dichiarazioni ambientali di prodotto, delle certificazioni e degli strumenti di trasparenza che permettono di leggere meglio gli impatti ambientali e sociali.
Perazzi ha inoltre riportato il tema del patrimonio edilizio italiano alla sua scala reale: circa 13 milioni di unità edilizie, con un peso decisivo sui consumi energetici nazionali. Circa il 40% del consumo finale di energia in Italia è legato agli edifici. Questo rende il comparto uno dei principali fronti di intervento per la decarbonizzazione, ma anche uno dei più complessi da trasformare.
Il messaggio centrale del suo intervento sottolinea come gli obiettivi europei richiedono un salto di scala. Servono programmi più estesi, profondi, capaci di agire sul residenziale, sul terziario e sul patrimonio pubblico. E serve una partecipazione più ampia: istituzioni, imprese, cittadini, filiere industriali e territori devono entrare in gioco insieme.
Il panel sugli edifici: gestione, automazione, servizi e partenariato
La tavola rotonda dedicata agli edifici ha allargato ulteriormente la riflessione.
Alessandro Borello, Energy Manager di Arcoservizi, ha sottolineato come l’efficienza energetica nel patrimonio edilizio esistente non possa dipendere soltanto dagli incentivi. Il nodo è anche decisionale, soprattutto nei condomìni, dove il successo dell’intervento richiede consenso, chiarezza e capacità di tradurre i benefici energetici in una scelta collettiva comprensibile. Borello ha inoltre insistito sul ruolo del digitale, destinato a diventare sempre più centrale per monitorare, gestire e mantenere le performance nel tempo.
Davide Manca, Managing Director di Coster Group, ha posto l’attenzione sulla building automation e sulla sensoristica. Gli edifici, nel suo ragionamento, devono diventare organismi più intelligenti, in grado di raccogliere dati, elaborare informazioni e tradurle in azioni concrete di regolazione. L’efficienza energetica non dipende solo dalla sostituzione degli impianti, ma dalla capacità di collegare sistemi diversi e rendere visibili consumi e sprechi.
Alberto Bollea, Business Development di Apleona Italy, ha portato il punto di vista del facility management. In un Paese dove gran parte del patrimonio edilizio è datato e inefficiente, l’efficientamento non può essere pensato come intervento una tantum. Serve continuità: monitoraggio, manutenzione, aggiornamento tecnologico, verifica delle performance. L’efficienza diventa così un servizio continuativo che protegge e valorizza il patrimonio nel tempo.
Luigi Loreti, Senior Energy Efficiency Expert di Genera Group, si è concentrato sul partenariato pubblico-privato come strumento per intervenire sul patrimonio pubblico, in particolare scuole ed edifici complessi. Il PPP consente di mettere insieme progettazione, finanziamento, realizzazione e gestione, ma richiede competenze, tempi lunghi e capacità amministrativa. Il suo intervento ha mostrato bene il potenziale di questi strumenti e, allo stesso tempo, le difficoltà che ancora ne limitano la diffusione.
Riccardo Di Bartolomeo: il futuro passa da modelli integrati, industrializzazione e circolarità
Con Riccardo Di Bartolomeo, di School of Management del Politecnico di Milano, il convegno è entrato nella parte più prospettica della giornata.
Il suo intervento ha messo a fuoco alcune delle traiettorie più rilevanti per il futuro del settore: l’evoluzione verso modelli “technology + services”, la nuova fase del mercato post-Superbonus, l’industrializzazione dell’edilizia, la prefabbricazione modulare, la circolarità dei materiali e il ruolo delle startup.
Il passaggio centrale è che il settore delle costruzioni e dell’energy retrofit continuerà a crescere, ma dentro un contesto più selettivo. Dopo la stagione degli incentivi straordinari, serviranno modelli economici più solidi, meno dipendenti da misure emergenziali e più capaci di integrare tecnologia, servizi, gestione e finanza. La crescita, quindi, resta, ma cambia forma.
Di Bartolomeo ha mostrato come una parte importante della trasformazione futura dipenderà anche dall’industrializzazione dei processi costruttivi e dalla qualità del recupero dei materiali. Il tema della sostenibilità non si esaurisce nella riduzione dei consumi: coinvolge l’intera filiera, dalla prefabbricazione alla gestione del fine vita degli edifici, fino alla capacità del mercato italiano di costruire modelli industriali e finanziari davvero scalabili.
L’ultimo panel: credito, servizio e accessibilità
L’ultima tavola rotonda ha rappresentato uno dei momenti più interessanti della giornata, perché ha messo a confronto tre prospettive complementari sull’accessibilità dell’efficienza energetica.
Stefano Melazzini, Responsabile Consulenza specialistica Settori di Intesa Sanpaolo, ha affrontato il tema della bancabilità. Per il sistema del credito, i progetti di efficienza energetica diventano finanziabili quando esistono business plan strutturati, flussi economici prevedibili, capacità dell’impresa di sostenere l’investimento e un rischio coerente con l’orizzonte del progetto. Il punto critico, però, riguarda spesso le PMI: le realtà meno patrimonializzate o più fragili possono incontrare ostacoli maggiori nell’accesso al credito, soprattutto in assenza di regole stabili e strumenti capaci di ridurre il rischio.
Nicolas Merlini, Funzionario tecnico di Assoclima, ha portato la prospettiva tecnologica e industriale. Il suo intervento ha evidenziato come il mercato stia evolvendo dalla semplice vendita di macchinari o impianti verso modelli di servizio, nei quali il cliente paga per una performance, una continuità di funzionamento, una gestione semplificata. Il tema “as a service” diventa quindi decisivo perché riduce il peso dell’investimento iniziale e rende l’accesso alla tecnologia più compatibile con i bisogni reali di imprese e amministrazioni.
Ed è proprio in questo punto del dibattito che si è inserito il contributo di Massimiliano Braghin, Presidente Esecutivo e Co-fondatore di Infinityhub S.p.A. Benefit.
Il contributo di Massimiliano Braghin: dall’efficienza energetica come intervento tecnico all’efficienza energetica come ecosistema
Massimiliano Braghin ha introdotto nel confronto una prospettiva diversa e complementare rispetto a quelle del credito e della tecnologia. Il suo intervento ha posto al centro il valore della relazione, della comunità e della cooperazione come condizioni per rendere l’efficienza energetica realmente accessibile.
Il punto di partenza è stato molto incisivo: per lungo tempo l’efficienza energetica è stata percepita come meno attrattiva rispetto ad altri ambiti della transizione, come le rinnovabili o i grandi progetti infrastrutturali. Non solo per ragioni tecniche o finanziarie, ma anche perché spesso è risultata poco tangibile, poco emozionale, difficile da raccontare. Da qui, secondo Braghin, la necessità di costruire modelli capaci di dare all’efficienza energetica una forma più concreta, positiva e partecipabile.
“La cosa interessante di questo approccio non è il capitale di per sé e, quindi, la finanza. Non è nemmeno la tecnologia, che pure abbiamo in abbondanza. Noi ci siamo accorti che, aprendo il capitale ad artigiani, progettisti, installatori, tecnici e perfino all’energivoro, si creavano relazioni. E questa è una cosa estremamente interessante, perché si crea quella che tecnicamente si chiama coerenza relazionale, un vero e proprio coordinamento della relazione, dove le cose vengono risolte perché si deve arrivare a un obiettivo comune.”
La frase sintetizza bene il cuore della visione portata da Infinityhub al convegno. La tecnologia resta fondamentale, così come la finanza. Ma un progetto energetico, per diventare davvero trasformativo, deve saper generare relazioni tra soggetti diversi: imprese, investitori, produttori, artigiani, comunità, utenti finali, territori. Il progetto non viene più letto soltanto come un insieme di flussi energetici o economici, ma come una piattaforma capace di attivare connessioni, fiducia e cooperazione.
Massimiliano Braghin ha quindi richiamato l’evoluzione del modello Infinityhub. Nelle prime esperienze, circa il 20% del capitale veniva raccolto attraverso strumenti partecipativi, mentre il restante 80% era sostenuto da leva bancaria. Ma il crowdfunding, nel suo racconto, non è stato semplicemente uno strumento di raccolta fondi. È stato anche un dispositivo relazionale, capace di costruire cooperazione, coinvolgere i territori, attivare comunità e dare legittimazione ai progetti.
“All’inizio il crowdfunding, quando si arrivava in fondo, ci dava un messaggio fortissimo, che era proprio quello di non competere, ma cooperare per un obiettivo comune. Il vero goal di una squadra sportiva. E se questo succede, si accende una spinta, una passione anche, perché poi uno dice: sono coproprietario di questa cosa.”
Non convergere, ma cooperare
Massimiliano Braghin ha introdotto una distinzione concettuale molto forte: “Non convergere, ma cooperare.”
La differenza non è solo lessicale. Far convergere soggetti diversi dentro uno stesso progetto, secondo Braghin, non basta. La vera trasformazione avviene quando c’è cooperazione reale: obiettivi condivisi, fiducia reciproca, valori in corrispondenza, visione comune. In questo senso, il progetto energetico smette di essere una semplice operazione tecnica o finanziaria e diventa un ecosistema.
“La relazione diventa infrastruttura.”
Questa frase ha probabilmente rappresentato uno degli elementi più originali dell’intera giornata. In un convegno in cui si è parlato molto di impianti, building automation, piattaforme digitali, contratti EPC, incentivi e bancabilità, il contributo di Infinityhub ha aggiunto un livello ulteriore, ovvero quello dell’infrastruttura relazionale come condizione abilitante dei progetti.
Aprire relazioni, nella lettura proposta da Massimiliano Braghin, significa creare nuove opportunità. Significa ridurre diffidenze, superare frammentazioni, rendere il progetto condiviso e far sì che capitale, tecnologia e territorio non si limitino a coesistere, ma inizino davvero a cooperare.




